Chi
la dura la vince e, modestamente, noi abbiamo durato.
Sommando
i trentacinque giorni in cui eravamo stati a Bogotà la prima volta ai trentatre
che ci vedono nella capitale per questa seconda esperienza, erano ben
sessantotto giorni che aspettavamo di andare al Cerro de Monserrate, per intenderci la Madonna della Corona della
Colombia.
Si
tratta di un santuario dedicato alla Virgen
di Monserrate, una madonna nera la cui statua lignea è conservata in un
cappellina laterale della chiesa a lei dedicata.
Il
paragone con la chiesetta rocciosa preferita dei veronesi non è casuale: anche il
complesso della “Virgen negra” si
trova in montagna ma Monserrate non
domina la Val d’Adige bensì l’intero altopiano su cui sorge Bogotà e per
arrivarci non si prende il pulman dell’Apt fino a Spiazzi bensì una funicolare
che in cinque minuti ti fa fare un dislivello di 500 metri, da 2700 a 3200.
Oltre
a queste differenze “geografiche” ce ne sono altre che potrebbe essere carino
sottolineare. Giusto perché se uno la domenica non sa cosa fare, può decidere
più oculatamente la meta religiosa da raggiungere.
Innanzitutto
a Monserrate è meglio non andarci di
domenica. Strano a dirsi ma la messa festiva è meglio prenderla altrove perché sembra
che tutti i bogotani, religiosi o meno che siano, si riversino qui proprio in
quel giorno e, ci dicono, se ne vedono delle belle (e soprattutto delle
brutte). Non si sa se ciò che accade a Monserrate
sia direttamente proporzionale al grado di religiosità che spinge la gente ad
andarci, fatto sta che ci hanno caldamente consigliato di andarci di giorno
feriale.
Dato
che si trova in alta montagna, noi stessi ci siamo auto-consigliati di andarci
in un giorno in cui per lo meno non piovesse anche in pianura (che comunque è
una pianura molto alta dato che si trova a 2700 m slm). Dunque fate voi i
calcoli: evitare i festivi (che qui equivale a fare uno slalom peggio di Tomba)
ed evitare i giorni in cui minacciava pioggia, ecco perché siamo fieri di “aver
durato”.
E
lo diciamo con orgoglio: ne è valsa proprio la pena, per svariati motivi che
elencheremo in modo sintetico.
Innanzitutto
per poter finalmente dire “siamo stati a Monserrate”.
Se fossimo tornati in Italia e casualmente avessimo incontrato un colombiano
(chi non lo è, infatti, non ha il minimo sospetto che esista quel luogo perché ammettiamolo:
non è la Tour Eiffel) e gli avessimo detto che per la seconda volta avevamo
mancato la visita ci avrebbe costretti a tornare indietro!
La
spettacolare vista di Bogotà vista dall’alto. Da lasciare senza fiato. Un agglomerato
di piccolissime tessere di un puzzle di cui è impossibile vedere la fine.
Palazzi altissimi che da lassù sembrano la tastiera di un computer. Barrios (quartieri) di casupole che si
propagano come dita di una mano sulle strade in salita. Un panorama
indimenticabile che Luca ha riproposto abbastanza degnamente nella panoramica
qui sotto (diamogli soddisfazione povero Cristo, c’ha messo un’ora per farla!).
Il
suono del vento tra le fronde degli alberi che circondano il santuario. Sottolineiamo
volutamente il lato romantico della cosa perché il lato meteorologico sarebbe
molto meno piacevole. Insomma tirava una bora pazzesca tanto che abbiamo avuto
la tentazione di ancorare i figli a una ringhiera per evitare che ci volassero
via!
La
già citata bizzarria dei colombiani nell’affrontare l’altrettanto bizzarro
carattere del meteo. Anche oggi ne abbiamo viste di tutti i colori: canotte e
stivali pelosi, piumini sopra e mini senza calze sotto, ponchi di alpaca e sandali tacco dieci, T-shirt e pantaloncini
corti con i guanti alle mani. Insomma un carosello indescrivibile e
meraviglioso. Follia allo stato puro.
Il
tour delle tiendas de comida, le
bancarelle che vendono i piatti tipici ai pellegrini. Anche qui le parole per
descriverle non ci vengono facili. Dovremmo riuscire a trasmettere bene ciò che
abbiamo visto e soprattutto ciò che abbiamo odorato ma è impossibile farlo in
modo esaustivo. Una foto della Dani che si tappa il naso sarebbe sufficiente
per far passare il concetto? In effetti abbiamo visto cose che voi umani…:
interiora di gallinaceo fritte in un grasso denso e nero; pentoloni di
alluminio in cui bollivano da secoli salsicce del diametro di una ventina di
centimetri color della pece; banane grandi come pannocchie tagliate in due e
ripiene di una cosa non meglio definita e poi fritte in un olio simile a quello
delle interiora di cui sopra… Volete che proseguiamo??? La tentazione di
fermarci per il pranzo è stata forte ma abbiamo resistito e siamo scesi a valle
per un semplice piatto a base di pollo.
Il
te di coca preso in una delle tante bancarelle che lo proponevano e sbevazzato all’ombra
del campanile. “Disculpe, puede tomarlo
la niña tambien?” (può berlo anche la bambina che tra parentesi stava
sbavando all’idea di fare una cosa “proibita”) “Como no? Solo esta un poquito caliente”. Come dire: preserviamo le
sue papille gustative ma no hay problema
se poi si fa un viaggetto!
E
infine, trovare un pezzo di Via Stella a quota 3000. A un certo punto abbiamo
avuto una visione: “Paulinas” ovvero, le Paoline di alta quota, “gli stambecchi
della buona lettura cristiana”, “las hermanas dei bigliettini per tutte le
occasioni della vita”, qui in tanta malora, a farci sentire a casa. Estasi allo
stato puro. La tentazione di entrare per accertarsi che fossero arcigne come
quelle dello storico negozio dietro l’Arena è stata forte ma sapendo come sono
le donne colombiane, abbiamo avuto il timore di scoprire come è una donna
colombiana che si è fatta suora e che lavora a regime ridotto di ossigeno e ce
ne siamo andati!
Besos,
I
Longo
















20 agosto. Ultimo! Passata la serata a postare commenti. Noi qui con 35 e più gradi e voi tutti imbaccuccati. No comment sul cibo. Dovevate accertarvi di com'è una suora Paolina e poi commentare. Arcigne? Hasta manana
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