sabato 18 agosto 2012

Las Paulinas de montaña


Chi la dura la vince e, modestamente, noi abbiamo durato.

Sommando i trentacinque giorni in cui eravamo stati a Bogotà la prima volta ai trentatre che ci vedono nella capitale per questa seconda esperienza, erano ben sessantotto giorni che aspettavamo di andare al Cerro de Monserrate, per intenderci la Madonna della Corona della Colombia.

Si tratta di un santuario dedicato alla Virgen di Monserrate, una madonna nera la cui statua lignea è conservata in un cappellina laterale della chiesa a lei dedicata.

Il paragone con la chiesetta rocciosa preferita dei veronesi non è casuale: anche il complesso della “Virgen negra” si trova in montagna ma Monserrate non domina la Val d’Adige bensì l’intero altopiano su cui sorge Bogotà e per arrivarci non si prende il pulman dell’Apt fino a Spiazzi bensì una funicolare che in cinque minuti ti fa fare un dislivello di 500 metri, da 2700 a 3200.

Oltre a queste differenze “geografiche” ce ne sono altre che potrebbe essere carino sottolineare. Giusto perché se uno la domenica non sa cosa fare, può decidere più oculatamente la meta religiosa da raggiungere.

Innanzitutto a Monserrate è meglio non andarci di domenica. Strano a dirsi ma la messa festiva è meglio prenderla altrove perché sembra che tutti i bogotani, religiosi o meno che siano, si riversino qui proprio in quel giorno e, ci dicono, se ne vedono delle belle (e soprattutto delle brutte). Non si sa se ciò che accade a Monserrate sia direttamente proporzionale al grado di religiosità che spinge la gente ad andarci, fatto sta che ci hanno caldamente consigliato di andarci di giorno feriale.

Dato che si trova in alta montagna, noi stessi ci siamo auto-consigliati di andarci in un giorno in cui per lo meno non piovesse anche in pianura (che comunque è una pianura molto alta dato che si trova a 2700 m slm). Dunque fate voi i calcoli: evitare i festivi (che qui equivale a fare uno slalom peggio di Tomba) ed evitare i giorni in cui minacciava pioggia, ecco perché siamo fieri di “aver durato”.

E lo diciamo con orgoglio: ne è valsa proprio la pena, per svariati motivi che elencheremo in modo sintetico.

Innanzitutto per poter finalmente dire “siamo stati a Monserrate”. Se fossimo tornati in Italia e casualmente avessimo incontrato un colombiano (chi non lo è, infatti, non ha il minimo sospetto che esista quel luogo perché ammettiamolo: non è la Tour Eiffel) e gli avessimo detto che per la seconda volta avevamo mancato la visita ci avrebbe costretti a tornare indietro!

La spettacolare vista di Bogotà vista dall’alto. Da lasciare senza fiato. Un agglomerato di piccolissime tessere di un puzzle di cui è impossibile vedere la fine. Palazzi altissimi che da lassù sembrano la tastiera di un computer. Barrios (quartieri) di casupole che si propagano come dita di una mano sulle strade in salita. Un panorama indimenticabile che Luca ha riproposto abbastanza degnamente nella panoramica qui sotto (diamogli soddisfazione povero Cristo, c’ha messo un’ora per farla!).

Il suono del vento tra le fronde degli alberi che circondano il santuario. Sottolineiamo volutamente il lato romantico della cosa perché il lato meteorologico sarebbe molto meno piacevole. Insomma tirava una bora pazzesca tanto che abbiamo avuto la tentazione di ancorare i figli a una ringhiera per evitare che ci volassero via!

La già citata bizzarria dei colombiani nell’affrontare l’altrettanto bizzarro carattere del meteo. Anche oggi ne abbiamo viste di tutti i colori: canotte e stivali pelosi, piumini sopra e mini senza calze sotto, ponchi di alpaca e sandali tacco dieci, T-shirt e pantaloncini corti con i guanti alle mani. Insomma un carosello indescrivibile e meraviglioso. Follia allo stato puro.

Il tour delle tiendas de comida, le bancarelle che vendono i piatti tipici ai pellegrini. Anche qui le parole per descriverle non ci vengono facili. Dovremmo riuscire a trasmettere bene ciò che abbiamo visto e soprattutto ciò che abbiamo odorato ma è impossibile farlo in modo esaustivo. Una foto della Dani che si tappa il naso sarebbe sufficiente per far passare il concetto? In effetti abbiamo visto cose che voi umani…: interiora di gallinaceo fritte in un grasso denso e nero; pentoloni di alluminio in cui bollivano da secoli salsicce del diametro di una ventina di centimetri color della pece; banane grandi come pannocchie tagliate in due e ripiene di una cosa non meglio definita e poi fritte in un olio simile a quello delle interiora di cui sopra… Volete che proseguiamo??? La tentazione di fermarci per il pranzo è stata forte ma abbiamo resistito e siamo scesi a valle per un semplice piatto a base di pollo.

Il te di coca preso in una delle tante bancarelle che lo proponevano e sbevazzato all’ombra del campanile. “Disculpe, puede tomarlo la niña tambien?” (può berlo anche la bambina che tra parentesi stava sbavando all’idea di fare una cosa “proibita”) “Como no? Solo esta un poquito caliente”. Come dire: preserviamo le sue papille gustative ma no hay problema se poi si fa un viaggetto!

E infine, trovare un pezzo di Via Stella a quota 3000. A un certo punto abbiamo avuto una visione: “Paulinas” ovvero, le Paoline di alta quota, “gli stambecchi della buona lettura cristiana”, “las hermanas dei bigliettini per tutte le occasioni della vita”, qui in tanta malora, a farci sentire a casa. Estasi allo stato puro. La tentazione di entrare per accertarsi che fossero arcigne come quelle dello storico negozio dietro l’Arena è stata forte ma sapendo come sono le donne colombiane, abbiamo avuto il timore di scoprire come è una donna colombiana che si è fatta suora e che lavora a regime ridotto di ossigeno e ce ne siamo andati!



Besos,
I Longo


















1 commento:

  1. 20 agosto. Ultimo! Passata la serata a postare commenti. Noi qui con 35 e più gradi e voi tutti imbaccuccati. No comment sul cibo. Dovevate accertarvi di com'è una suora Paolina e poi commentare. Arcigne? Hasta manana

    RispondiElimina