domenica 26 agosto 2012

Il "pollice su" dell'esercito


Oggi abbiamo aggiunto un altro pezzo di Colombia da portare nel nostro cuore.

Abbiamo fatto una pazzia e ci siamo fatti accompagnare a Villa de Leyva, paesino a tre ore di macchina a nord di Bogotà. Tra parentesi, dato che il dislivello è di circa 700 metri abbiamo fatto su e giù per le montagne per un totale di sei ore e i bimbi non hanno mancato di manifestare abbastanza platealmente il loro mal di macchina.

Oltre al su e giù, però, in queste sei ore abbiamo avuto un’occasione imperdibile per poter assimilare chilometri e chilometri di paesaggi colombiani.

Mille sfumature di verde, prati, boschi, campi coltivati a patate o mais, animali, banchi di artigianato e tiendas dove fare uno spuntino, mezzi di trasporto tra i più improbabili e persone. Persone con il poncho, con i sombreros e a cavallo senza sella, oppure in tre su una moto.

La cosa più frustrante del viaggio è stata quella di non riuscire a immortalare tutto. Cercare di fotografare, che so, un anziano a bordo strada e riuscire a beccare solo la strada. Ma tutto quello che abbiamo visto oggi rimarrà comunque con noi.

Anche le chicche che si sono dette durante il viaggio saranno difficili da dimenticare. Alcuni esempi meritano:

 
Daniela: “Ma perché Ignacio (l’autista, ndr) non capisce quello che dico?”
Mamma: “Ma perché non tutti sanno l’italiano, anzi, noi crediamo di essere al centro del mondo ma in realtà l’Italia è una punta di spillo”
Daniela: “Ma non era uno stivale???”

 

Un insegnamento di vita per tutti gli amici, direttamente dall’hombre de vida Ignacio:
Luca: “Ignacio, quale es la mejor cerveza de Colombia? Poker, Club Colombia o Aguila?”
Ignacio: “Club Colombia es la mejor ma non impuerta. Quel que es importante es che cerveza fria – mujer caliente!”
Luca: “Ah, ok. Terrò presente. Gracias Ignacio!”

 

Parlando di cucina colombiana.
Ignacio: “Aqui en Colombia se come todos los tipos de carne
Luca: “In Italia tambien
Ignacio: “Ma en Italia se come el cochillo tambien?”
Luca: “El que?”
E Ignacio giù a fare il verso del maiale
Luca: “Ah si! Si! Se come. Se come anche el… el… ehm… como se dize…” e giù a fare il verso dell’agnello.
E Chiara dietro che non riusciva più a respirare per il cocone che le è preso.

Alle porte di Bogotà vediamo una struttura molto elegante, sembrava addirittura un castello.
Chiara: "Que es esto edificio?"
Luca: "Sarà un centro congressi. Ne ha tutta l'aria"
Ignacio: "Señor Luca, esto es un cimiterio..."
Chiara definitivamente capottata. 

Durante il viaggio ci siamo fermati due volte in un baracchino di vivande, una volta per l’arepa con queso, una specie di tortino di mais ripieno di formaggio fumante, buonissimo; al ritorno invece Luca ha voluto riassaporare la meravigliosa mazorca asada, la pannocchia abbrustolita e passata nel burro salato, divina!

Dopo tre ore, dicevamo, siamo arrivati a Villa de Leyva, meta di tantissimi colombiani, soprattutto bogotani, che nel fine settimana si trasferiscono qui dove il clima è migliore e il posto è incantevole.

Si tratta di un pueblo, che potremmo tradurre con “villaggio”, di sole casette coloniali bianche con gli infissi verde scuro. Ogni tanto si apre un portone oltre il quale c’è un patio su cui si affacciano minuscoli negozietti di artigianato o ristorantini tipici, uno più bello dell’altro.

Il cuore del pueblo è l’immensa piazza campeggiata dalla chiesa parrocchiale, bianco candido pure questa, e interrotta al centro da una fontana quasi invisibile.

Abbiamo passeggiato per quelle viuzze per più di due ore, con una tranquillità degna di un vero turista e abbiamo fatto anche qualche spesuccia, tirando sempre sul prezzo ovviamente.

Se proprio dobbiamo trovare qualcosa da ridire, è sull’acciottolato che ricopre tutte, dico tutte, le strade del paese. Non abbiamo nemmeno provato ad aprire il passeggino perché è stato subito evidente che saremmo arrivati a dare il peggio di noi quando per l’ennesima volta si fosse impigliato tra un sasso e l’altro!

Dicevamo, oggi ci siamo sentiti dei veri e propri turisti: tranquilli, sereni, disposti a spendere (entro certi limiti!), felici di trovarci dove ci trovavamo e benvisti dall’esercito nazionale de Colombia.

Beh, condizione questa non proprio necessaria per sentirsi un vero turista, direte voi. E invece sì!

Ne abbiamo avuto la prova dopo mezz’ora di macchina.

Arriviamo nei pressi di un belvedere da cui si vedeva un paesaggio mozzafiato e dal momento che la mamma era seduta sul sedile posteriore con un figlio addormentato in braccio e le gambe della figlia addormentata sopra il figlio addormentato, è sceso solamente il papà per fare una foto.

Non appena abbiamo ripreso la strada ci siamo trovati a un posto di blocco con alcuni soldati a sorvegliare il passaggio delle macchine. Vediamo il primo soldato fare il pollice su come per dire “ok amigo!” a Ignacio; il secondo fa lo stesso e così fino all’ultimo della fila. Nel frattempo Ignacio aveva risposto allo stesso modo a tutti i soldati. Al secondo posto di blocco succede la stessa cosa e allora realizziamo che Ignacio non può conoscere tutti i soldati della Colombia e che quel gesto probabilmente significa qualcos’altro.

Glielo chiediamo e lui ci risponde “Oh, l’esercito capisce subito quando una macchina trasporta turisti e fa quel gesto per dire bravi che portate plata (denaro, soldi, schei) al nostro Paese!”

Come non sentirsi dei veri turisti dopo aver passato almeno una decina di posti di blocco in sei ore di viaggio? Alla fine facevamo il gesto pure noi, come per dire “E bravi soldatini che ve la ridete mentre il vostro Paese ci spreme come limoni!”. Ma va bene così. Alla fine della fiera ne sarà senz’altro valsa la pena.

 

Besos,
I Longo
















1 commento:

  1. Bravi! Le foto ci mancavano, belli i bimbi che mangiano mazorca. Dani come al solito grande (viva l'Italia!). Alla fine della fiera tenéis aùn plata? Dos meses de vacaciones son demasiados. Disculpe y volved!!! Besossssssssssssssss

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