Oggi
abbiamo aggiunto un altro pezzo di Colombia da portare nel nostro cuore.
Abbiamo
fatto una pazzia e ci siamo fatti accompagnare a Villa de Leyva, paesino a tre
ore di macchina a nord di Bogotà. Tra parentesi, dato che il dislivello è di
circa 700 metri abbiamo fatto su e giù per le montagne per un totale di sei ore
e i bimbi non hanno mancato di manifestare abbastanza platealmente il loro mal
di macchina.
Oltre
al su e giù, però, in queste sei ore abbiamo avuto un’occasione imperdibile per
poter assimilare chilometri e chilometri di paesaggi colombiani.
Mille
sfumature di verde, prati, boschi, campi coltivati a patate o mais, animali,
banchi di artigianato e tiendas dove
fare uno spuntino, mezzi di trasporto tra i più improbabili e persone. Persone con
il poncho, con i sombreros e a cavallo senza sella, oppure in tre su una moto.
La
cosa più frustrante del viaggio è stata quella di non riuscire a immortalare
tutto. Cercare di fotografare, che so, un anziano a bordo strada e riuscire a beccare
solo la strada. Ma tutto quello che abbiamo visto oggi rimarrà comunque con
noi.
Anche
le chicche che si sono dette durante il viaggio saranno difficili da
dimenticare. Alcuni esempi meritano:
Daniela:
“Ma perché Ignacio (l’autista, ndr) non capisce quello che dico?”
Mamma:
“Ma perché non tutti sanno l’italiano, anzi, noi crediamo di essere al centro
del mondo ma in realtà l’Italia è una punta di spillo”Daniela: “Ma non era uno stivale???”
Un
insegnamento di vita per tutti gli amici, direttamente dall’hombre de vida Ignacio:
Luca: “Ignacio, quale es la mejor cerveza de
Colombia? Poker, Club Colombia o Aguila?”Ignacio: “Club Colombia es la mejor ma non impuerta. Quel que es importante es che cerveza fria – mujer caliente!”
Luca: “Ah, ok. Terrò presente. Gracias Ignacio!”
Parlando di cucina
colombiana.
Ignacio: “Aqui en Colombia se come todos los tipos de
carne”Luca: “In Italia tambien”
Ignacio: “Ma en Italia se come el cochillo tambien?”
Luca: “El que?”
E Ignacio giù a fare il verso del maiale
Luca: “Ah si! Si! Se come. Se come anche el… el… ehm… como se dize…” e giù a fare il verso dell’agnello.
E Chiara dietro che non riusciva più a respirare per il cocone che le è preso.
Durante
il viaggio ci siamo fermati due volte in un baracchino di vivande, una volta
per l’arepa con queso, una specie di
tortino di mais ripieno di formaggio fumante, buonissimo; al ritorno invece
Luca ha voluto riassaporare la meravigliosa mazorca
asada, la pannocchia abbrustolita e passata nel burro salato, divina!
Dopo
tre ore, dicevamo, siamo arrivati a Villa de Leyva, meta di tantissimi
colombiani, soprattutto bogotani, che nel fine settimana si trasferiscono qui
dove il clima è migliore e il posto è incantevole.
Si
tratta di un pueblo, che potremmo
tradurre con “villaggio”, di sole casette coloniali bianche con gli infissi
verde scuro. Ogni tanto si apre un portone oltre il quale c’è un patio su cui si affacciano minuscoli
negozietti di artigianato o ristorantini tipici, uno più bello dell’altro.
Il
cuore del pueblo è l’immensa piazza
campeggiata dalla chiesa parrocchiale, bianco candido pure questa, e interrotta
al centro da una fontana quasi invisibile.
Abbiamo
passeggiato per quelle viuzze per più di due ore, con una tranquillità degna di
un vero turista e abbiamo fatto anche qualche spesuccia, tirando sempre sul
prezzo ovviamente.
Se
proprio dobbiamo trovare qualcosa da ridire, è sull’acciottolato che ricopre
tutte, dico tutte, le strade del paese. Non abbiamo nemmeno provato ad aprire
il passeggino perché è stato subito evidente che saremmo arrivati a dare il
peggio di noi quando per l’ennesima volta si fosse impigliato tra un sasso e l’altro!
Dicevamo,
oggi ci siamo sentiti dei veri e propri turisti: tranquilli, sereni, disposti a
spendere (entro certi limiti!), felici di trovarci dove ci trovavamo e benvisti
dall’esercito nazionale de Colombia.
Beh,
condizione questa non proprio necessaria per sentirsi un vero turista, direte
voi. E invece sì!
Ne
abbiamo avuto la prova dopo mezz’ora di macchina.
Arriviamo
nei pressi di un belvedere da cui si vedeva un paesaggio mozzafiato e dal
momento che la mamma era seduta sul sedile posteriore con un figlio
addormentato in braccio e le gambe della figlia addormentata sopra il figlio
addormentato, è sceso solamente il papà per fare una foto.
Non
appena abbiamo ripreso la strada ci siamo trovati a un posto di blocco con
alcuni soldati a sorvegliare il passaggio delle macchine. Vediamo il primo
soldato fare il pollice su come per dire “ok amigo!” a Ignacio; il secondo fa
lo stesso e così fino all’ultimo della fila. Nel frattempo Ignacio aveva
risposto allo stesso modo a tutti i soldati. Al secondo posto di blocco succede
la stessa cosa e allora realizziamo che Ignacio non può conoscere tutti i
soldati della Colombia e che quel gesto probabilmente significa qualcos’altro.
Glielo
chiediamo e lui ci risponde “Oh, l’esercito capisce subito quando una macchina
trasporta turisti e fa quel gesto per dire bravi che portate plata (denaro, soldi, schei) al nostro
Paese!”
Come
non sentirsi dei veri turisti dopo aver passato almeno una decina di posti di
blocco in sei ore di viaggio? Alla fine facevamo il gesto pure noi, come per
dire “E bravi soldatini che ve la ridete mentre il vostro Paese ci spreme come
limoni!”. Ma va bene così. Alla fine della fiera ne sarà senz’altro valsa la
pena.
Besos,
I
Longo














Bravi! Le foto ci mancavano, belli i bimbi che mangiano mazorca. Dani come al solito grande (viva l'Italia!). Alla fine della fiera tenéis aùn plata? Dos meses de vacaciones son demasiados. Disculpe y volved!!! Besossssssssssssssss
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